La composizione delle acque superficiali è influenzata dalle condizioni meteoclimatiche e dall’incidenza dell’apporto delle falde, ma soprattutto dall’interazione con le rocce. Ad esempio, bassi valori di salinità si riscontrano in zone ad elevata piovosità, laddove il bicarbonato di calcio rappresenta il costituente più abbondante disciolto nelle acque. Valori di salinità più abbondanti si rilevano invece in acque dove elevata è la lisciviazione di formazioni sedimentarie.
Processi geochimici particolari, ad esempio quelli che determinano emanazioni gassose o termali, la presenza di giacimenti minerali, livelli elevati di contaminazione antropica, sono altri importanti fattori che modificano la composizione delle acque superficiali. Anche i processi evaporativi che si verificano in regioni aride e calde provocano cambiamenti di composizione delle acque superficiali, determinando un aumento di alcuni elementi in soluzione o la precipitazione di altri. Inquinamento, estrazione sistematica di ghiaia e sabbia, cementificazione degli argini e sottrazione dell'acqua per attività agricole o industriali, sono i grandi nemici dei fiumi italiani, che minacciano l'habitat naturale e la salute dei cittadini, provocano frane e inondazioni, con conseguenze spesso drammatiche. Un degrado che si trascina da anni, ma i tentativi volti a porvi rimedio sono risultati finora sporadici o insufficienti. Basti pensare al fatto che la rete di monitoraggio dell’inquinamento fluviale allo stato attuale non permette un'analisi puntuale dello stato di salute di questi ecosistemi.
La situazione della depurazione delle acque reflue nel nostro paese non riesce ancora a coprire il fabbisogno richiesto. I dati disponibili indicano che circa l’80 % del carico inquinante urbano è collettato verso un impianto fognario, il 62 % avviato a depurazione, e il 18 % rilasciato nei corpi idrici senza alcun tipo di trattamento. Il rimanente 20 % proviene da insediamenti privi di sistema fognario, ovvero piccoli centri, case sparse, ma anche grandi periferie urbane e insediamenti abusivi. Il quadro è ancora più critico se analizzato da un punto di vista di efficienza del sistema esistente: circa un decimo degli impianti di depurazione esistenti non funziona ed il 6 % non rispetta i limiti di legge. Nonostante l’eccezionale sforzo compiuto dal nostro paese in termini di infrastrutture depurative dal 1976 ad oggi, e nonostante l’ingente impegno economico sostenuto, pari a circa 50mila miliardi, la rete di fognatura e di depurazione è ancora fortemente inadeguata e insufficiente.
L’analisi a livello territoriale mostra profonde differenze tra nord, centro e sud della penisola. Nelle regioni settentrionali si concentrano infatti le infrastrutture depurative con maggiore capacità di trattamento.
Nelle regioni centrali sono più numerosi i capoluoghi con insufficiente capacità depurativa. In particolare è decisamente critica la situazione del basso bacino dell’Arno, nonostante gli onerosi interventi di depurazione messi in opera dai distretti industriali del cuoio e del tessile.
La situazione appare ancora più grave nel Mezzogiorno, dove il deficit dal punto di vista della depurazione appare diffuso su tutte le regioni: gli impianti realizzati si sono dimostrati inadeguati al fabbisogno ed è proprio in queste regioni che si concentra la gran parte degli impianti non funzionanti o mai entrati in funzione per mancato allacciamento alla linea elettrica, per errori di progettazione, per furti di pezzi, soltanto per elencare alcuni dei motivi. La situazione è particolarmente critica nelle grandi aree urbane e nelle periferie dove non è mai stata nemmeno progettata la rete fognaria.
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